Diario  
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Day - 16.09.05 -
Come una molla scatto in piedi al suono della sveglia, in realtà ero in un leggero dormiveglia, l’orologio biologico m’aveva già destato dal sonno più profondo. Come un gatto mi stropiccio alla buona davanti allo specchio.
Fuori, dal buio filtra appena il primo chiarore d’alba, traffico con la bagnarola, le pinne, i fucili.
Ingurgito in fretta un cucchiaio di miele e sono in macchina. Sono già le 6.00. Guido piano, mi godo la strada tra gli ulivi, la penombra mi avvolge, lontani bagliori di luce m’inseguono.
Un ultima curva ed entra nella mia visuale, il gommone galleggia sull’acqua come un animale fiero al riposo.
Carico l’attrezzatura, avvio il motore, solo un sibilo poi un ronzio rotondo e pieno, il 4tempi risponde come sempre, senza farsi notare. Accendo la strumentazione, controllo sul gps le coordinate che ho inserito, i punti di 2 piccole risalite fornite dopo mille raccomandazioni di assoluto riservo da un caro amico, straordinario pescatore di traina. Sono adrenalinico ed impaziente, come sempre quando sto per visitare un posto sconosciuto.
La carena fende l’acqua immobile, esco dal porto giusto in tempo per vederlo emergere, un sole ancora debole e lontanissimo.
Sto planando, l’acqua scorre veloce sotto di me, trasmette una vibrazione vitale, come un benefico massaggio naturale che sale dal basso e mi satura di energia.

12 miglia percorse in poco più di mezzora, controllo il gps, manca poco. La traccia dello scandaglio comincia a salire, 65, poi 54 in un solo gradino, lentamente fino a 40, poi ancora un gradino fino a 35, mangianza evidente, gradatamente fino a 16. Sono sul primo punto, mi è stato segnalato come hot spot con una cattura di una ricciola di 22 kg. Se solo penso alla possibilità di incontrarne una grossa mi prende un’emozione fortissima. Troppo tempo che non incontro una grande regina, troppe ne ho visto massacrate dalla cianciola, scovate col sonar a miglia di distanza e chiuse senza via di scampo, a centinaia. Un solo passaggio che strappa tonnellate di vita al mare, che frutta migliaia di euro. Distolgo il pensiero, inevitabilmente triste.
Mi concentro sulla traccia nera, devo scegliere bene il posto dove ancorare, non devo disturbare, non devo interrompere un eventuale passaggio sul cappello. Controllo la corrente, opto per un ancoraggio a nord del cappello, sopracorrente.
Sono in acqua, tengo stretto il manico del fucile, mi lascio scorrere verso il cappello. Osservo i limiti del campo visivo, la mangianza si muove, pulsa. Il fondo è chiaro, mi ventilo. Espando il diaframma, riempio e poi svuoto completamente i polmoni. Inspiro.
Poche pinneggiate morbide, ampie. Mi lascio andare, con la coda dell’occhio continuo ad osservare i margini del campo visivo. Distinguo bene il fondo, ci sono circa 18 metri. Mi poggio, lascio il pedagno e striscio per alcuni metri, poi mi poggio di nuovo tra due morzate di roccia calcarea. Protendo lo sguardo in avanti e mi rilasso, ci sono molti piccoli saraghi, mi vengono incontro, resto concentrato. Guardo verso l’alto, la mangianza è tranquilla, staziona intorno ai 15 metri. I secondi scorrono, decido di risalire, non ho visto nessuna avvisaglia di predatori in giro. Per pochi tuffi, in un raggio di circa centro metri, resto concentrato. Nuoto lentamente seguendo la mangianza, sono deluso però, il fondo non è come mi aspettavo, troppo monotono, degrada lentamente e la roccia contorta non si allarga mai in rifugi, non fa spacchi. Ho la conferma che prenderle a traina in un punto non implica necessariamente che sia possibile farlo sott’acqua.
Sono già alla ricerca della seconda risalita, con grande disappunto noto però un gommone che sta trainando proprio sul cappello. Scandaglio intorno e mi rendo conto che fa avanti e indietro proprio sull’unico posto adatto all’ancoraggio. Per correttezza non posso fermarmi, continuo oltre, ma la traccia che leggo sullo scandaglio mi conforta. La risalita è brusca e repentina con due soli gradini da 50 metri fino a 15. Decido di scandagliare la zona tutto intorno, fino a che il gommone non si allontani. Punto la prua verso un’altra barca distante circa un miglio. E’ tutto un susseguirsi di salite e discese sulle batimetriche dei 50 e 40 metri, davvero interessante. Quando sono in prossimità della seconda barca la traccia nera dell’ecoscandaglio ha un’impennata, da quaranta a 27, poi 22. Sono di nuovo in fibrillazione, questo punto non mi era stato segnalato e ad occhio e croce sembra il più interessante di tutti. Ancoro in fretta, sono di nuovo in acqua, dalla superficie vedo bene il cappello, la mangianza è sul fondo. Effettuo il primo tuffo, in discesa vedo bene il fondo piatto ma alla fine del pianoro c’è un bel salto di circa 4 metri. Di nuovo striscio per alcuni metri, mi fermo all’aspetto. Sul bordo dello scalino li vedo, sono dotti, alcuni piccoli, di poco oltre il kg ma uno decisamente buono di circa 3,5kg. Mi guardano immobili, i musi leggermente rivolti verso l‘alto. Non vengono. Il secondo tuffo è più diretto, mi lascio andare verso il gradino, deciso a fare un piccolo aspetto che continui in un agguato alla sua base. Mentre scendo tengo d’occhio il più grosso. Inutile, quando sono a più di dieci metri dal punto scoda nervosissimo scorrendo il gradino verso nord. Mi fermo comunque all’aspetto, per una manciata di secondi resto concentrato, poi pian piano scivolo verso la base del gradino. Quando mi affaccio li ho a tiro, ma sono tutti abbondantemente sotto i due kg. In superficie faccio il punto della situazione, non mi piace la reazione che ha avuto quel pesce, nonostante l’assenza di termoclino è schizzato via a velocità supersonica come se avesse avuto già qualche spiacevole sorpresa passata. Nel tuffo successivo ne ho la conferma, attirato da un luccichio, scorgo sul fondo una bella asta di arbalete. Lunga, doppia aletta, qualcuno ha già sparato su questo costone. Del resto non speravo certo di essere capitato in un posto vergine. Tuttavia la tensione è scemata. Per poco però, in un tuffo successivo sul versante sud della risalita avvisto i dentici. Un piccolo gruppetto di pesci, qualcuno discreto oltre i 3 kg.
Ci vuole un primo infruttuoso aspetto sui 27 metri, per farmi capire che sarà difficile, i pesci sono nel blu, per di più a monte della corrente. Più per scrupolo gli dedico ancora due tuffi, poi decido di andarmene. Comincio ad innervosirmi, sono in acqua da più di un’ ora ho visitato due posti e non ho ancora sparato un tiro. Rientro verso il gommone seguendo il versante est, da sud a nord. Manca poco quando noto ai limiti della visibilità che il costone fa un piccolo crinale di roccia verticale che sembra affondare più deciso. Espando il diaframma, mi ventilo piano. Effettuo il tuffo cercando il massimo rilassamento, dopo circa 15 metri vedo bene la piccola schiena di roccia che si inabissa per una decina di metri. Metto a fuoco, sulla sommità c’è una cernia in candela, sarà sui 4 kg. Mi lascio cadere verso di lei. Quando sono a circa 10 metri si innervosisce, gira e inizia ad affondare seguendo il crinale, affondo anch’io. Ho già capito le sue intenzioni, uno spacco orizzontale alla base del crinale, ben oltre i 30 metri. Gli vado dietro, in scia cerco l’assetto più idrodinamico, scaccio vi alcuni pensieri negativi, la profondità, il rischio di incastrarla, la barca distante all’ancora. Guadagno centimetri, ancora un paio di metri, mi dà esattamente la coda, scivola verso il fondo. Quando arriva allo spacco ha un attimo di esitazione, prima di scodare si girà, mi osserva, poi di scatto chiude le pettorali. Sono completamente allungato, con il pesce in mira, uno scatto di gambe, lascio partire la freccia. L’asta del 110 penetra sulla guancia del pesce con un inclinazione di circa 45 gradi, si sbatte furiosamente. Ho già virato di 180 gradi, il primo colpo di pinne mi stacca appena dal fondo. Leggermente in diagonale verso l’esterno cerco di impedirle l’accesso allo spacco, ci riesco, con colpi decisi guadagno la superficie. Il profondimetro segna 34 metri, il pesce torna visibile dopo molte bracciate di sagola. Non è un pesce grande, ma faticato e comunque ho rotto il ghiaccio.
Mi dirigo verso il secondo punto segnato, il sole è alto e il gommone in traina è finalmente andato via. Ancoro sopra corrente, sono curioso ma la tensione è bassa, ho capito che questi posti sono comunque ben conosciuti, anche se non da molti.
La corrente è forte, il fondale sale dal blu in maniera spettacolare, con guglie e dorsali affilate. La mangianza forma piccoli gruppetti, per un lungo arco di fondale. Effettuo il primo tuffo sul cappello, senza preoccuparmi molto di essere totalmente coperto, osservo ai limiti della visibilità dove l’azzurro lentamente si affievolisce in un blu intenso e misterioso. Nessun segnale di predatori, risalgo deluso, non tanto per la mancanza di avvistamenti quanto per la massiccia presenza di un alga, una sorta di mucilaggine che come un sottile tappeto ricopre completamente la roccia. Non so darmi una spiegazione, ma non mi piace, per niente. Effettuo il secondo tuffo verso nord dove la dorsale affonda in maniera decisa, a circa dieci metri dal fondo vedo alcun dotti, uno discreto, ma si inabissano nervosamente. Il terzo tuffo è più fondo mi poggio sui 26 metri verso il blu più scuro, osservo la mangianza e cerco di rintracciare i dotti di prima. Niente. In superficie riordino le idee, riempio i polmoni. Poi pinneggio lentamente verso sud. Il fondale degrada più lentamente, fa un pianoro sui 23 metri. Scorro il fondo dalla superficie studiando l’evolversi del pianoro, ai limiti della visibilità intravedo il tavolato che si scompone in una piccolo cresta non più alta di un paio di metri, poi affonda, il blu. Mi preparo al tuffo, il diaframma lavora lentamente, l’ultima espirazione è profonda, l’inspirazione completa. La capovolta mi proietta verso il basso, come inghiottito lascio la superficie. Castagnole si aprono al mio passaggio, alcune mennole si spostano delicatamente liberando la mia traiettoria. Interrompo la pinnegiata, mi rilasso nel miglior assetto possibile. Affondo lentamente, poi via in maniera decisa. Quando sono a circa 7 metri dal fondo rallento, una piccola rotazione delle caviglie mi fa guadagnare un assetto quasi orizzontale. Mi poggio sulla cresta. Osservo in una lenta panoramica. Piccoli dotti si inabissano. La corrente è trasversale, taglia in due la cresta che affonda verso sud ovest. Istintivamente ruoto verso nord ovest a favore di corrente, dalla base del pianoro li vedo arrivare. Un folto branco, non molto grossi, ma determinati. Dentici. Scivolo dietro la cresta man mano che avanzano verso di me, indietreggio, mi fermo. I primi arrivano velocissimi, pesci di poco più di un kg, dietro di loro alcuni più grossi. Allineo uno dei più grossi mentre continua imperterrito il suo avanzamento. L’asta penetra di tre quarti, subito dietro la guancia. Il pesce ha un sussulto, poi si dibatte debolmente sul ferro pesante. Sono già in superficie, controllo la reazione e recupero. E’ un pesce di circa 3 kg. Non mi lamento. Velocemente lo appendo al pallone. Poi gli ammiro i colori, gli sfioro le squame, qualche minuto di piacevole oblio da superficie mentre recupero un battito regolare.
Il tuffo successivo nello stesso posto è ancora diretto a loro, ma non né avvisto nessuno. Mi sposto qualche metro più fuori, seguendo la dorsale che si inabissa. Effettuo il tuffo seguendo la schiena di roccia verso il lato profondo a sud ovest. Mi poggio alla base dove finisce con una piccola punta di roccia, che posiziono alla mia sinistra. Sono sui 27 metri, mi rilasso. Osservo la mangianza dritto davanti a me. D’un tratto scarta verso destra, è il segnale che stavo aspettando. Mi appiattisco e ruoto leggermente il fucile verso sinistra da dove mi aspetto arriveranno i pesci. I primi dentici sbucano vicinissimi, anche troppo, superano la puntina di roccia e subito scartano allargandosi, ma sono comunque a tiro. Attendo i più grossi, che tardano ad arrivare. Quando inquadro un pesce di circa due kg sto quasi per premere il grilletto, ma… si allontana velocemente… inseguito da un gruppetto di curiose ricciole. Sono cinque/sei pesci che sfilano lentamente, un po’ larghi verso destra, mostrando superbamente il bronzo della linea laterale. Inquadro uno dei primi pesci, valutando bene la distanza che reputo sufficiente. Sparo. L’asta trapassa il pesce sulla linea laterale oltre la metà del corpo in direzione della testa. Il pesce parte furioso verso il blu. Allento la frizione del mulinello è risalgo verso la superficie. Afferro la sagola tra le dita per avere più sensibilità e controllare la reazione del pesce che adesso non vedo. Poi piano piano guadagno metri, finché non la rivedo. Gli ultimi metri mi regalano poche emozioni. Poi riesco ad afferarla, con una precisa coltellata pongo fine alle sue sofferenze . E’ un pesce di circa 6 kg, non enorme, ma sempre bellissimo. Di nuovo mi godo i suoi colori mentre mi ossigeno a lato della boa, con questa cattura ho raddrizzato la giornata che si stava rivelando non molto generosa.
Ho ancora energie per qualche tuffo. Dopo due tentativi, insistendo alla base della guglia, riesco a catturare un altro dentice di poco meno di 2 kg. Ora sono soddisfatto.
Lentamente raggiungo il gommone. Recupero l’ancora, in balia della corrente e senza accendere il motore sistemo i pesci nella ghiacciaia. Poi mi spoglio godendomi un sole ancora caldo e lentamente ripongo le mie attrezzature.
Bevo e addento una pesca, guardo l’orizzonte e la linea d’acqua, ripenso a tutte le emozioni che questa giornata mi ha regalato.
In planata, la prua dritta verso l’isola da cui sono partito, verso il sole che scende inclinando i suoi raggi sull’orizzonte. Il vento in faccia, odore di acqua e sale nelle narici, chissà domani la prossima avventura.

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