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NEW! -Corrente e fato -19.09.06 -
Sono uscito dal porto, la chiglia che fendeva un’acqua immobile e la voglia irrefrenabile di visitare quel posto, proprio quello. Un ciglio esteso che si erge non lontano da un piccolo isolotto affiorante e si dipana in un susseguirsi di continue schiene di roccia calcarea che si alternano tra i 15 e gli oltre 30 metri di profondità. Sono passati più di 20 giorni dall’ultima mia visita in questa zona, come sempre cerco di ruotare le zone di pesca avendo l’accortezza di lasciare riposare il fondale, sia per limitare la quantità di catture, sia per evitare che i pesci si sentano eccessivamente minacciati dalla frequente presenza del subacqueo e abbandonino la zona. Cerco di essere un buon predatore spostando continuamente il raggio d‘azione delle mie giornate di pesca, mi rendo conto che un posto, per quanto buono e ricco di vita finisce inevitabilmente per essere rovinato da continui prelievi pur se ad opera di un selettivo pescatore.
Dopo venti minuti di navigazione arrivo sul punto. Per le caratteristiche del fondo sono costretto ad ancorare sotto corrente, dovrò pinneggiare per un bel tratto controcorrente prima di cambiare direzione puntando a sud e iniziare a scorrere il ciglio a favore di corrente. Ho con me la telecamera e, necessariamente, il pallone. Bastano una cinquantina di metri per “spezzarmi” le gambe e accelerare, troppo, il mio battito cardiaco. Inutile anche solo tentare qualche tuffo decente in queste condizioni. Arrivato sul ciglio più esterno viro verso sud ma contrariamente alle ipotesi la corrente non coincide con la mia direzione di marcia e non potrò limitarmi a scorrere il ciglio ma dovrò continuamente correggere la direzione con una leggera ma continua pinneggiata. La pescata si fa pesante, sono comunque fiducioso, la mangianza segue la cresta del ciglio assecondando le curve del fondo e appallandosi in prossimità dei salti più repentini. Accenno qualche piccolo tuffo, lente pinneggiate a circa dieci metri di fondo che si concludono con piccole planate. Bastano due tentativi per farmi capire che oggi con la telecamera anche queste semplici azioni sono troppo dispendiose. Decido quindi di riporre la telecamera e la sistemo con calma sotto il pallone. Per eliminare anche l’attrito della sagola pedagno il pallone sulla sommità del ciglio. Continuerò con le planate e batterò la zona intorno al pallone, poi, qualora non avvistassi nessun pesce, mi sposterò pedagnando la zona successiva. Al terzo tuffo mentre scorro il fondo a mezz’acqua individuo una cernia. Il pesce se ne sta in candela sulla sommità del ciglio proprio in prossimità di un bel salto. La corrente non mi è favorevole, per avvicinarmi dovrò necessariamente compiere un tratto in direzione trasversale al suo flusso utilizzando brevi e morbide falcate, ciononostante sicuramente il pesce si innervosirà spostandosi verso il fondo. Decido comunque di provarci, se non altro per individuare con precisione il punto in cui dovesse intanarsi. Solo successivamente, una volta recuperata la telecamera, tenterei l’avvicinamento ed il tiro. Come previsto, quando sono a circa una quindicina di metri dal pesce, scarta e si inabissa sparendo dalla mia visuale dietro il vistoso gradino di roccia. Decido di continuare il tuffo, voglio scapolare il salto e individuare il pesce prima che scompaia in qualche anfratto alla base del costone. In una lentissima planata concludo gli ultimi metri, scapolo il ciglio con i riflessi all’erta prontissimo ad individuare ogni particolare del fondo. Il pesce non c’è, ma deve essersi appena intanato. Forse individuo uno piccolo spacco orizzontale in cui potrebbe essersi infilato. Interrompo la caduta per riguadagnare un assetto adatto alla risalita, quando inaspettatamente, proprio dallo spacco che stavo osservando sbuca la testa della cernia. Il pesce è immobile, il fucile già allineato, la telecamera sotto il pallone. Dopo un lunghissimo frame di riflessione gli sparo in testa. Mentre pinneggio verso la superficie il pesce si stacca dal fondo e mi segue lentamente appena pochi metri dietro di me. Peserà 5,8 kg, peccato per la mancata ripresa.
Raggiungo il pallone e con calma fisso la cernia al portapesci, poi recupero la telecamera e la fisso al fucile.
Recupero il pedagno e riprendo il tragitto seguendo il ciglio più esterno. Dopo una decina di tuffi a mezz’acqua di esplorazione con corrente trasversale e telecamera al seguito il ciglio impenna con una brusca risalita fino a circa 10 metri dalla superficie. Rallento ancora l’andatura e scruto attentamente i limiti del campo visivo, c’è molta mangianza intorno al piccolo cappello. Castagnole e mennole sospese, lievitano in piccoli gruppetti, come satelliti in orbita. Lascio scorrere la sagola del pallone tra le dita e senza far rumore mi libero del pedagno. Mi preparo al tuffo, espando il diaframma, controllo il battito. Effettuo la capovolta dopo aver guadagnato alcuni metri contro corrente, poche nervose pinnegiate mi danno il giusto assetto e contrastano il flusso d’acqua che mi spinge velocemente verso l’esterno del cappello. Voglio restare quanto più possibile al riparo del cappello per evitare di essere sentito anticipatamente da eventuali pesci che potrebbero nuotare appena sotto la guglia. Ho la telecamera ed il fucile aderenti il corpo, mentre scendo individuo un piccolo pianoro con uno spacco a poco più di una decina di metri di fondo. Lo punto con decisione con l’intenzione di fermarmi all’aspetto, con le spalle alla corrente e il fucile puntato verso l‘esterno del ciglio. Non appena tocco il pianoro sono però distratto da una enorme palla di barracuda apparsa all’improvviso dal blu che mi supera in velocità e conquista il piccolo pianoro. Sono nervosissimi e velocemente si dileguano nel blu, mi ricordo che per seguirli con lo sguardo ho ruotato leggermente e sono messo a favore di corrente, quindi riguadagno la posizione che mi ero prefissato di occupare e… come volevasi dimostrare… alcuni dentici sono risaliti a guardarmi e nuotano appena fuori il pianoro. Mi posiziono con estrema lentezza all’interno dello spacco che si presta ad un perfetto appostamento celandomi interamente ai pesci. Con il fucile puntato verso un compatto gruppo di castagnole conto i secondi sperando di vederle esplodere. Puntualmente accade, a raggiera si disperdono rivelando il profilo di un bel dentice che sopraggiunge. Si tiene un po’ alto ma l’appostamento è perfetto e mi cela anche ad una visione “aerea”. Il fucile è in perfetta linea di tiro, lo sparo rompe il silenzio cogliendo il pesce di sorpresa e producendo una reazione furiosa. L’asta lo cuce sulla guancia fuoriuscendo nel quarto posteriore, uno scintillio di squame e piccole bolle confonde la fuga del pesce che fugge via verso il fondo srotolando il mulinello. Non mi resta che iniziare la risalita, con le dita sulla sagola contrasto le scodate più energiche e lo tengo staccato dal fondo. In superficie recupero sagola e battito cardiaco, bastano pochi respiri per riprendere fiato e stringere un bel dentice saldamente tra le mie mani. Peserà 3,7 kg. Lo appendo al pallone scortato da una grossa medusa Cassiopea, sembra un’astronave. Mi concedo qualche minuto ad osservarne i colori ed i piccoli pesci che gli ruotano attorno.
Nel tuffo successivo effettuo ancora un aspetto nello stesso spacco, più per altro per controllare la situazione. Poi mi sposto una ventina di metri a favore di corrente, la schiena affonda su un fondo di circa 20 metri che presenta qualche irregolarità e qualche piccolo massetto, sembra offrire una buona copertura. Mi preparo al tuffo. Ora la corrente è più sostenuta, per restare sul punto sono costretto ad una continua pinneggiata in direzione contraria al flusso. Inevitabilmente il battito torna ad alzarsi, mi occorre qualche minuto per recuperare, ma è impossibile farlo completamente risalendo la corrente. Decido comunque di provare. Mi ci vogliono diverse e potenti pinneggiate per raggiungere un assetto negativo. Stringo a me il fucile e la telecamera per cercare di sottrarli con il corpo al flusso di corrente, quindi, una volta sul fondo, stenderò il braccio e mi sistemerò all’aspetto. Quando arrivo in prossimità del fondo inarco leggermente il busto per controllare l’orizzonte, incredibilmente dal blu vedo sopraggiungere un dentice a mezz’acqua che con determinazione mi punta, neanche fossi una castagnola. Sono completamente scoperto, non voglio credere di essere così fortunato e che il pesce continui la sua corsa, eppure sembra incredibilmente sicuro e attratto da me. Lentamente faccio scivolare in avanti il fucile e la telecamera e sparo, proprio mentre il pesce, finalmente rinsavito, sta scartando per riguadagnare il fondo. In venticinque anni di pesca è la prima volta che sparo un dentice a mezz’acqua, se poi aggiungo il fatto che ho con me la telecamera questa cattura assume aspetti miracolosi. La fucilata ha centrato il pesce appena dietro la branchia destra, proprio nell’attimo in cui si girava e l’ha penetrato di tre quarti. La sua reazione testimonia la sua sorpresa, dopo un paio di testate sul fondo si infila sotto un piccolo masso passante e scodando solleva un gran polverone. Mi ci vogliono un paio di tuffi per sbrogliare la situazione, poi recupero un bel pesce che alla bilancia segnerà 3,850 kg. Sono soddisfatto, soprattutto per le due splendide riprese effettuate sui dentici. Lo sistemo al pallone e ripenso a tutte le occasioni in cui l’uso della telecamera mi ha fortemente danneggiato impedendomi, con le sue vibrazioni, la cattura di questi splendidi pesci.
Oggi sicuramente la fortuna girava a mio favore, mentre navigo verso l’isola non posso che provare un sincero riconoscimento verso il fato e sopratutto verso il mare che, ancora una volta, mi ha sorpreso con la sua generosità regalandomi immagini, ma soprattutto emozioni, indelebili.





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